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    ~ Il gelsomino

    A quasi ogni angolo, nel cuore della città, il profumo forte, quasi ubriacante del gelsomino inonda le mura di giardini, ed emana  da portoni circondati dai suoi rami.  Sono sicura che anche mia madre, Joan o Giovanna come si chiamava allora, lo avrà notato quando faceva la strada per andare a scuola con sua sorella maggiore, Gina, che aveva 18 mesi di più di lei.  Anche se aveva a malapena due anni, Nonna Marianna voleva che Giovanna andasse a scuola perché aveva tre bimbi sotto l’età di cinque anni.  Scelsero una scuola privata: Vittorino da Feltri (che poi diventò Villa Gioiosa) perché non bisognava iscriversi al partito fascista per andarci.  A mamma piaceva il loro metodo didattico Montessori perché le assegnarono un simbolo proprio – una casina – per tutte le sue cose: dal grembiule alla borsa per la merenda, al suo banco – tutto era esclusivamente suo.  Non le dispiacque di dover fare la stessa classe per tre anni, anzi sembrava orgogliosa di essere l’unica ad aver fatto la “mezza prima, la prima, e la prima assoluta.” 

      Nonno Gino sull’uscio del caffe’ Savoia

      ~ L’aroma di caffè e sigarette

      L’aroma indimenticabile di fumo e di caffè pregiato permeava gli abiti di Nonno Gino e del suo socio e cognato Natale Pancaccini.  Il bar doveva il suo successo alla straordinaria miscela del loro caffè, alle loro squisite paste – il loro mille feuille era leggendario – ed al loro gelato.  Furono persino i primi a fare “milk shakes” per i Lucchesi rimpatriati dagli USA.  Il caffè era un circolo maschile de facto, cosicché nonostante quanto provasse, a mia zia Gina non fu mai permesso di lavorare nella pasticceria né di stare alla cassa.  Solo raramente una signora accompagnava suo marito industriale al bar per un caffè; le signore infatti dovevano frequentare la Stella Polare, sul lato opposto di piazza Grande.  

      C’erano tre tavoli grandi da biliardo con gambi belli lavorati che dominavano una sala a sinistra dell’entrata nel caffè.  Qui si poteva giocare “in affitto” ma non fare scommesse.  Dopo le partite il caffe  s’affollava di gente a chiacchierare e a bere. La posizione del Savoia, dirimpetto al Palazzo del Governo e vicino a tanti uffici di professionisti, gli offriva una clientela raffinata: la fortissima SALOV (la societa anonima lucchese di olive e vini) aveva la sua sede sui piani sopra il caffè, gli uffici della provincia e dello stato erano nel Palazzo Ducale (del Governo) davanti al caffè.  Ma l’atmosfera elegante del locale,con le sue pareti di noce, attraeva professionisti da tutto il centro: avvocati, ragionieri e banchieri come quelli della  Banca d’America e d’Italia (che dopo diventò la Bank of America, che mamma ricordava orgogliosamente era stata fondata a San Francisco dall’ italo-americano Amadeo Giannini.)

        ~ Mimosa: i fiori del lutto senza profumo

        Anche l’ufficio di nonno Gino era al piano sopra il caffè.  Mia madre ci andava ad aiutarlo a fare i conti quando doveva fare l’inventario annuale – mamma raccontava sempre come nonno fosse capace di fare a mente il totale di tutta una colonna di cifre accuratamente e con una velocità allucinante. Durante la guerra pagava i suoi impiegati sempre di più di quanto dettasse lo stato perché diceva che non capiva come una famiglia potesse vivere con certi salari.  Le disse anche che avrebbe probabilmente guadagnato di più se avesse avuto aspettative più basse perché il prezzo per caffè e liquori era stabilito dal governo e allora non poteva chiedere di più; un caffè semplice frequentato da contadini, ad esempio, aveva tantissimi clienti senza spendere tanto, perché diceva che avevano le paste vecchie del Savoia.  Ma nonno Gino voleva mantenere alte le sue aspettative.  Il suo ufficio dava su via Vittorio Emanuele e su Piazza Grande.  Mamma si ricordava che da quel balcone aveva visto una processione in onore del bell’aviatore Carlo del Prete.  Aveva cinque anni e le avevano dato delle mimose da tirare sul carro funebre dell’ eroe di guerra.

          Foto di Chiara Masi, 2018

          ~ Brindine/brina e polsi ghiacciati

          La neve cadde su Lucca per la prima volta nel 1929: più di dieci centimetri di neve!  Per festeggiarla nonno Gino portò in braccio mia mamma tutta infagottata  sulle mura in fondo a Corso Garibaldi e la mise su un palco sotto ad una pantera in marmo. Poi la lasciò saltare nel cumulo di neve in terra. Mamma aveva sei anni – la neve le arrivava fino alle ginocchia!  Ne restò scioccata ed entusiasta. 

          Il giorno dopo la neve era scomparsa.  Mamma commentava frequentemente quanto fossero freddi e umidi gli inverni a Lucca, anche se non nevicava.  Non c’era il riscaldamento in casa, solo “i mandolini” (scatole in legno a forma di mandolino che contenevano carbone caldo) che Nonna metteva nei loro letti prima che ci entrassero, per scaldare un po’ le lenzuola di canapa che erano cosí pese, fredde e ruvide.  Mamma e Gina dormivano nello stesso letto per riscaldarsi.  Mamma cresceva molto rapidamente ed aveva sempre freddo perché le mancavano sempre tanti centimetri in fondo alle maniche delle sue camicie da notte – non le coprivano mai i polsi.  Ricordava di quanto fosse contenta quando Nonna Marianna le fece finalmente una camicia da notte di flanella con maniche extra-lunghe.

            ~ Tigli che profumano l’aria con una dolcezza intensa 

            Alla fine di via San Paolino, verso il baluardo di San Donato, c’è un baluardo alberato dove nonna Marianna o una delle ragazze che aveva a servizio, portava i bimbi a giocare – nessuna famiglia decente avrebbe lasciato i ragazzi a giocare in piazza, nemmeno quelli cresciuti in strada. Avevano bisogno di aria aperta e fresca, di spazi verdi. In ogni occasione in cui ci venivano portati, Mamma metteva la testa fra le sbarre del cancello chiuso a chiave che bloccava l’entrata alla corte misteriosa del baluardo. Ma un giorno non le riuscì tirar fuori la testa! 

            Fu una vera crisi. Ebbe un attacco di panico, ma non c’era niente da fare.  Dopo un po’ di manovre riuscì ad estrarre la testa piegandola con un’angolazione diversa.  Non ci fu bisogno di rimproveri.  Non lo fece mai più!

              ~ Ondate di erba appena tagliata 

              Al tempo in cui mamma era pronta a fare la seconda elementare, il regime ordinò che anche le famiglie di studenti alle scuole private dovevano iscriversi al partito fascista. Dunque, Gina, Giovanna e Carlo cominciarono le scuole pubbliche.  Carlo andò alla scuola elementare maschile, mentre le bimbe andarono alla Scuola Elementare Giovanni Pascoli – sezione femminile in via San Nicolao, alla fine di via San Paolino, in fondo vicino a Porta Elisa.

              Molto felicemente, Angela, l’amica del cuore di mamma, fu messa nella sua stessa classe con la maestra Iole Magherini.  La maestra Magherini insegnava a 40 ragazzine nella sua classe, con le quali restava dalla prima alla quinta elementare, dopo di che andavano alle scuole medie.  Non era una maestra severa ma sapeva comandare.  Voleva bene alle sue scolare, tenendo le coccoline nei posti piu’ vicini alla lavagna per assicurarsi che avessero  tutto ciò di cui avevano bisogno e che fossero nutrite bene: aveva persino organizzato che le studentesse più benestanti portassero la prima colazione anonimamente a scuola per le ragazzine che sapeva ricevevano poco o nulla a casa.

              La signora Magherini sapeva insegnare con un metodo molto pratico e realista – e le ragazze spesso si sporcavano le mani per capire dei concetti.  Impararono come allevare e raccogliere i bachi da seta, videro com’e’ fatto un cuore e come funziona dissezionando un cuore di suino, ed impararono da dove iniziavano gli acquedotti e come funzionavano facendo una lunga passeggiata tutte insieme al tempietto a Monte San Quirico.  Capirono come funziona il sistema solare facendo uno spettacolo mascherate da sole, luna, pianeti e stelle.  Impararono a ballare il minuetto (ovviamente di Boccherini!), e persino come ballare per decorare un Maypole (albero di maggio).  Per le feste ed altre occasioni speciali, la maestra insegnò loro un brindisi grazioso che mamma ed Angela recitarono insieme per i loro 90esimi compleanni!  Mia madre voleva un gran bene alla sua cara maestra.  Un giorno disse che le voleva fare un regalo speciale, allora sbucciò un arancio a spirale con grande cura, poi lo rimise insieme cosicché sembrasse intero e lo appoggiò nel centro della cattedra della maestra.  Mamma fu così contenta quando la signora Magherini lo vide ed esclamò: “Che bell’arancio!” e poi, “Che bellissima sorpresa!”

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